Alla fine i conti non tornano ovvero tornano. Eccome
se tornano. A manovra desaparecida, licenziata con tanto di sangue grondante
dal cuore trafitto dalle lame dell’ingratitudine, resta l’idea di un Paese non
solo commissariato ma la cui classe dirigibile è in balìa dei venti più
tormentosi. Il vento soffia sul nulla, forse neanche i mulinelli di polvere e
paglia restano sul selciato. Un deserto. Sarebbe stato meglio, col senno di
poi, andare a votare sei mesi addietro.
C’erano le condizioni per sciogliere quello che si era dileguato da tempo. Poi
uno ripensa a quel “calice che occorre bere fino in fondo”. La necessità, che
Montanelli aveva lucidamente rappresentato, che il berlusconismo andasse fino
in fondo, completasse la sua opera, e che non trovasse lenimento se non nella
sua fine naturale. Cruenta, forse, ma naturale. Eppure la crisi non è il
raffreddore, foss’anche ciclico. E’ crisi vera e reali sono gli sconvolgimenti.
Non mi accodo al carro di quanti rimpiangono la prima Repubblica. La storia
dell’Italia criminale ha visto dispiegarsi in quel periodo storico le brutture
più inenarrabili per pensare, anche solo pensare, che si potesse pensare al
passato, a quel passato, con un sospirone. Il sospirone ha troppi retro
pensieri, troppe aderenze andate, rendite di posizione scadute, per essere
onesto, sincero. Non penso, tanto per intenderci, che il pensiero di Cirino Pomicino
possa essere attuale, possa aiutarci a uscire dal guado. Forse oggi come non
mai avvertiamo la dannazione di chi, nell’afferrare l’aratro, si volta
indietro.